Il festival cinematografico transfrontaliero Omaggio a una visione: quel che resta quando guardiamo ancora una volta
NOVA GORICA – GORIZIA 29 SETTEMBRE – 4 OTTOBRE

Come può il cinema registrare un mondo che scompare? E come può ricomporlo attraverso lo sguardo, il montaggio, la memoria o l’immaginazione? È una delle domande che attraversano l’edizione di quest’anno di Omaggio a una visione. Dalle immagini d’archivio al cinema contemporaneo, dagli autori e autrici più giovani ai più maturi sguardi d’autore, il festival torna a interrogarsi sulle questioni basiche dell’immagine cinematografica: che cosa riesce a registrare, che cosa non può cogliere e cosa accade quando affidiamo a qualcun altro il nostro sguardo sul mondo. Il programma comprenderà 15 lungometraggi e mediometraggi, nonché quasi 70 cortometraggi.
Ad aprire il festival sarà il documentario La valle del mio respiro della regista slovena Manca Juvan, che sarà presente alla prima del suo film. L’opera racconta una storia che nasce in questo territorio, una vicenda di avvelenamenti e di riconciliazioni (possibili e impossibili) per poi attraversare i propri confini e spingersi oltre, verso la Romania, il Portogallo, l’Italia, la Danimarca, la Finlandia, l’Irlanda – soprattutto verso diversi modi in cui possiamo guardare il cinema.

Alexandra Gulea, Premio Darko Bratina di quest’anno, sarà protagonista di una retrospettiva completa, alla ricerca, con delicatezza ma anche con spirito di resistenza, delle radici personali e collettive. Le sue opere interrogano le idee di patria e patriarcato, Stati nazionali e comunità transitorie, intrecciando esperienza personale, ricerca antropologica, messa in scena e teatro dell’assurdo.
Una domanda simile, ma attraverso linguaggi cinematografici diversi, emerge dalle Nuove visioni. In Padrone e sotto, Roberto Carro esplora politicamente gli strati invisibili di Napoli e le persone che rimangono fuori dalle immagini ufficiali della città. In A Reconnaissance, Stefan Kruse rivolge lo sguardo alle tecnologie della sorveglianza e alle immagini che esse producono: a chi servono? João Nicolau, invece, in A Providência e a Guitarra, apre la realtà a una fantasia cinematografica giocosa, in cui musica, humour e immaginazione si sottraggono all’idea che il cinema debba prima spiegare il mondo per poterlo poi reinventare. In I tempi felici verranno presto, Alessandro Comodin si muove tra bosco, mito e memoria, alla ricerca di un’immagine che sfugge a ogni spiegazione razionale.
Se il cinema può essere un archivio, può anche diventare uno spazio in cui la storia viene nuovamente negoziata. È questo il cuore del programma CinemaEye, che quest’anno riunisce tre figure importanti che hanno intrecciato il cinema con l’etnologia e l’antropologia visiva: la regista e documentarista slovena Milka Badjura, il suo parallelo italiano, Luigi Di Gianni, e il pedagogo, scrittore e cineasta Fernand Deligny, che dedicò la propria vita al lavoro con i giovani socialmente emarginati. I loro diversi modi di osservare l’essere umano, lo spazio e la società aprono una domanda: come guardare al passato senza limitarci a ripeterlo? Qui l’archivio cinematografico non è un deposito di immagini del passato, ma una materia viva, capace di parlare anche del presente, con l’aspirazione di agire sul presente.
Quando i giovani autori e le giovani autrici cominciano a scrivere le proprie immagini
La stessa domanda prosegue in First Crossings, la piattaforma che dal 2018 mette in relazione giovani cineasti, accademie e scuole di cinema della Slovenia, dell’Italia, della Croazia e delle regioni limitrofe. Quest’anno il programma studentesco diventa per la prima volta competitivo. Vi partecipano l’Accademia d’Arte dell’Università di Nova Gorica, DAMS Cinema dell’Università degli Studi di Udine, l’Accademia di Teatro, Radio, Cinema e Televisione (AGRFT) di Ljubljana, l’Accademia d’Arte Drammatica di Zagabria, l’Università di scienze applicate di St. Pölten (USTP) e la Rome University of Fine Arts (RUFA), mentre in programma non competitivo saranno presentati anche i film degli studenti del liceo Gimnazija Nova Gorica, dell’IP Ranieri Mario Cossar - Leonardo da Vincidi di Gorizia e del Centro di scuole professionali a indirizzo umanistico (CHS) di Villach.

L’Europa come spazio da ricucire
La dimensione transfrontaliera di Omaggio a una visione non riguarda quindi soltanto il luogo in cui il festival si svolge. È il suo stesso modo di pensare. Il festival nasce e vive tra due città, due lingue e due spazi culturali che la storia ha spesso separato, ma che la quotidianità unisce da tempo. In questo senso, il proseguimento della collaborazione con i cineasti e le istituzioni finlandesi rappresenta una parte importante di una storia iniziata con GO! 2025 – Capitale europea della cultura. Nella sezione Escursione, Jukka-Pekka Laakso, storico direttore del Tampere Film Festival, presenterà una selezione di cortometraggi finlandesi contemporanei. La Finlandia non arriva quindi nel programma come ospite lontana, ma come una nuova connessione con quello spazio europeo che il festival cerca di costruire: uno spazio di scambio, l’inizio di un nuovo sguardo.

Dalla tradizione all’utopia
Anche la conclusione del festival torna alla domanda su cosa facciamo di ciò che abbiamo ereditato. Nel film Útóipe Cheilteac (Utopia celtica), una giovane generazione di musicisti irlandesi prende la musica folk tradizionale e la trasforma a modo proprio. La tradizione non è qualcosa da conservare intatta. È qualcosa con cui si può discutere, che si può smontare e ricomporre. Il festival si concluderà con White Lies di Alba Zari, un film sulla storia familiare che diventa comprensibile soltanto quando immagini, ricordi e storie taciute iniziano a disporsi una accanto all’altra, in un viaggio tra Trieste e Bangkok.
L’edizione di quest’anno di Omaggio a una visione non cerca un’unica immagine dell’Europa. Si interessa soprattutto ai modi in cui la guardiamo, la ricordiamo e possiamo – attraverso il cinema – ricomporla in maniera diversa. Per questo il programma non si esaurisce nelle proiezioni, ma si apre a masterclass, incontri e laboratori creativi, tra cui una passeggiata cinematografica e un laboratorio dedicato al manifesto cinematografico.
Nell’incontro Oltre i muri: luoghi della memoria e nuovi orizzonti rifletteremo sugli ex luoghi dell’istituzionalizzazione psichiatrica che oggi cercano nuove forme di apertura. L’incontro dedicato a Fernand Deligny, con Rajko Muršič e Carmelo Marabello, aprirà una riflessione su come guardare e abitare il mondo in modo diverso, mentre l’incontro Al centro del margine (la distribuzione), con ospiti provenienti da archivi cinematografici, cineteche e festival internazionali, si interrogherà su come riportare in vita film spesso relegati ai margini della circolazione culturale. Il programma di incontri si concluderà con una conversazione in cui gli ospiti internazionali del festival rifletteranno sull’arte come spazio di empatia, inclusione e nuove forme di comunità.
Anche quest’anno, dunque, il festival non si limita alle proiezioni, ma crea uno spazio in cui il cinema viene guardato, discusso e, a sua volta, messo in pratica.
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