SLOITA

Aljoša Žerjal - Alessio Zerial, Italia

Premio Darko Bratina. Omaggio a una visione 2003

Alessio Zerial - instancabile viaggiatore, dunque, persona attratta da tutto ciò che è esotico, così da cercarlo e riprenderlo sui volti delle persone e nei lineamenti dei paesaggi in Asia, in America Latina e America Centrale, oppure in giro per l'Europa. Eppure questa definizione gli sta stretta, perché Aljoša è molto di più e al tempo stesso anche molto altro. Esuberante, pieno di energia, curioso: un artista. Ad Aljoša piace narrare storie: nei film, quando parla, quando incontra qualcuno per strada, quando ricorda un fatto accaduto o un aneddoto. Quando parla in sloveno usa una lingua tutta sua, prendendo a prestito termini dal dialetto triestino e, curvo per la sua grande statura, agita le mani per poter dire tutto, subito e in modo incisivo, affinché ciò che dice si imprima nella memoria di chi lo ascolta. "Visto da fuori sembro agitato ma, credimi, dentro di me ho raggiunto un equilibrio."

Di sé dice di essere un cineamatore. Ciò è allo stesso tempo un bene e un male. E' un bene, perché è un amatore nel vero senso della parola: è innamorato del cinema, gli dedica tutto il suo tempo ed è questo suo amore per il cinema a renderlo paziente, sicché riesce a trascorrere ore intere al montaggio. Il fatto che sia un cineamatore è anche un male, perché la sua strada avrebbe potuto prendere un'altra piega e farci avere una vera produzione cinematografica - se proprio si deve parlare di "vera" e "non vera" - che sicuramente sarebbe stata di grande rilievo.

Modifica in continuazione i suoi film, che ha riversato dalla pellicola sul formato digitale, continuando ad apportare correzioni: "Devo limar le zonte", elimina le giunte, lì dove si nota l'incollatura tra due pezzi di pellicola, quelle giunte così belle, che odorano di antico; a lui non piacciono, oggi, quando sta giocando con il digitale, desidera che tutto sia pulito. La prima cinepresa la acquistò a rate, una Bolex Paillard a 8 mm; ricorda di averla pagata quattro stipendi. "Non so se mia mamma mi aveva capito, ma quando rimasi senza soldi e le chiesi un prestito per comperarmi un ombrello, mi disse di coprirmi la testa con la cinepresa…"Poi prese una cinepresa con tre obiettivi, tra i quali il grandangolo Swittar "che ghe rompi el cul al pasero in volo", come descriveva la messa a fuoco un suo amico. Con la cinepresa successiva imparò l'uso dello zoom. Passò alla Super 8 solo nel 1980 quando riprese le olimpiadi a Mosca. Oggi è innamorato della videocamera digitale, dice che è stata creata per lui: è pratica, leggera, fa tutto da sola. Usa cassette miniDV che continua a chiamare bobine. Però monta sempre all'antica, “in analogico”, con una coppia di lettori digitali. Non ama i computer e la tecnologia in genere, e perde la pazienza soprattutto con il sonoro. Alessio Zerial prende il cinema molto sul serio. Quando parla del montaggio, si capisce che gli dedica una grande attenzione. Si rende conto che questo è un lavoro di responsabilità: "Il montaggio può migliorare un film, ma può anche rovinarlo." Consiglia di guardare i film escludendo il sonoro. "Solo in questo modo puoi dedicarti appieno alle immagini e osservare i tagli".

Alessio Zerial è una persona che ancora oggi osserva il mondo con meraviglia e curiosità, ammira l'uomo e la natura, antiche opere d'arte e monumenti architettonici, la pittura e la musica. E' una persona che mostra sempre attenzione verso gli eventi, la contingenza sociale, le proprie radici e la storia, verso la storia della gente che incontra in occasione dei suoi viaggi per il mondo. Zerial non è mai un osservatore esterno, non mostra cartoline, e nei suoi film non sono predominanti i palazzi o le rovine antiche, né i paesaggi puri. Pone sempre in primo piano l'uomo e la sua quotidianità. Guarda il mondo dall'interno. Prima lo percepisce, poi lo conosce e lo riprende.

 

Martina Kafol

 

 

ALJOŠA ŽERJAL

    

Aljoša Žerjal è un autore amatoriale che ha ricevuto premi in tutto il mondo. L’ho incontrato per la prima volta al festival internazionale del cinema amatoriale di Jesenice negli anni sessanta. Era il tempo degli artisti del Gruppo OHO, e anche dei tedeschi e soprattutto degli austriaci che non hanno saputo integrare una compiuta sapienza tecnica con l’espressione personale. Ed era anche il tempo di alcuni film di Žerjal che ho ancora davanti agli occhi.

La magia della pellicola, anche se amatoriale e a 8 mm, ​  il formato abituale di Žerjal, resta un’esperienza irripetibile e non superata, che ha congelato e sospeso il nostro tempo e quello di Žerjal, se posso permettermi una parafrasi di Tarkovskij.  

Il momento della presentazione dell’opera del triestino rappresenta per me soprattutto un viaggio nel passato, già da tempo vissuto ed esperito, che viene conservato dalla verità della pellicola e dai ricordi, simili ambedue alla luce ruotante di un faro abbandonato, che illumina ora in modo chiaro, vivo e riconoscibile, ora attraverso l’ombra della nebbia o addirittura come pura sensazione, quelle immagini che sono già oltre e sopra la realtà.


Žerjal è stato un viaggiatore infaticabile. Con i suoi documentari sul Tibet, il Cile, Mosca, la Patagonia, il Vietnam e altri luoghi, già negli anni settanta e più, quando non c’era ancora la tv satellitare e quando il viaggiare per il mondo non era un’occasione di tutti i giorni, arricchiva la nostra coscienza dell’elemento esotico del mondo sconosciuto che era interessante anche sotto il profilo etnologico e folkloristico. Penso tuttavia che questo non è niente se paragonato alle preziose riprese di San Daniele del Carso, della Ferriera, del porto e delle altre riprese del quotidiano ambiente triestino. Questo tesoro nazional-documentario, raccolto da questo ladro d’immagini per una metà di secolo, è senza dubbio la sua cosa più nobile. L’autore può non doverlo sapere, ma sarebbe una tragedia, se non lo sapesse il suo ambiente triestino, e quello sloveno in senso più ampio. Molte conoscenze però maturano soltanto nel tempo.

 

Miha Brun

 

Alessio Zerial /cineasta triestino, a cura di Martina Humar, Kinoatelje Aprile 2003